Viaggio tra i tifosi – Burnley

Continua la rubrica che racconterà la storia dei supporters delle 20 squadre di Premier League.

La tifoseria che andremo a conoscere oggi è quella del Burnley.

Burnley è una cittadina di 90.000 abitanti del Lancashire, nel nord dell’Inghilterra, la cui squadra di calcio detiene il record, insieme a Preston North End e Wolverhampton Wanderers, di essersi aggiudicata almeno una volta la vittoria nelle quattro serie principali professionistiche inglesi ed ha tra i suoi sostenitori niente meno che il Principe Carlo.

La storia della tifoseria del Burnley, soprannominati Clarets (trad. rosso violaceo), dal colore delle maglie della squadra, è indissolubilmente legata alla storia di uno dei periodi più bui del tifo inglese, quello degli anni 70-80 in cui gli hooligans imperversavano negli stadi di tutta Inghilterra e non solo.

Dopo la vittoria della First Division del 1962, la seconda e ultima dopo quella del 1921, iniziò per il Burnley Football Club un lento ma inarrestabile declino che portò la squadra in Quarta Divisione a giocarsi nel 1987 una partita fondamentale contro il Leyton Orient per rimanere nel calcio professionistico vincendola per 2-1 e scacciando i fantasmi di una probabile dissoluzione del club in caso di sconfitta.

Questo declino del club andò di pari passo con il declino della città, che subì negli anni 70 e 80 gli effetti peggiori della crisi economica con un aumento della disoccupazione e una diminuzione della produzione industriale.

In questo contesto il tifo per la propria squadra è diventato un segno di identità, di orgoglio cittadino e di resistenza ai fattori esterni, ma è sfociato purtroppo anche in una rabbia cieca che ha portato la tifoseria del Burnley a diventare famosa in tutta Inghilterra per la violenza della sua Firm principale, la famigerata Suicide Squad.

Capeggiata da Andrew Porter, interdetto a vita dagli stadi inglesi e autore durante il suo soggiorno nelle carceri inglesi del libro di culto Suicide Squad: the Inside Story of a Football Firm in cui racconta gli anni delle sfide a suon di pugni e calci con le Firm di tutte le altre squadre inglesi, questa associazione di hooligans di estrema destra dai tratti razzisti e riferimenti nazisti, è sopravvissuta anche al pugno di ferro di Margaret Thatcher.

Nel 2002 infatti si rese protagonista dell’uccisione di un 17enne tifoso del Nottingham Forest e nel 2009 di una rissa con i tifosi del Blackburn che fonti della polizia locale raccontarono come un “sequel non autorizzato di Braveheart”. Dopo la guerra del pub dodici membri della Suicide Squad vennero arrestati e processati accumulando un totale di 32 anni di reclusione.

Il ritorno della squadra in Premier League nel 2014 ha quindi creato parecchio panico tra le forze dell’ordine inglesi, ma per ora non si sono registrati fatti eclatanti, a parte qualche episodio “sopra le righe” come entrare in un pub a cavallo per festeggiare una vittoria contro l’Everton.

Tutti sanno però che la brace sotto la cenere non è ancora spenta e che il malessere sociale, evidenziato anche dal 67% preso dal Leave nel referendum sulla Brexit, può generare nuovamente delle fiammate, ma per il momento si spera che degli spettatori del Turf Moor si parli solo per la loro grande passione.

 

Prossimo appuntamento con i tifosi del Cardiff

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